Dic 11, 2015

"Non in mio nome" l’intervento del nostro Parroco all’iniziativa di Cinquefrondi

Un’importante iniziativa si è  svolta pomeriggio di Mercoledì 9 dicembre presso il Frantoio delle Idee di Cinquefrondi. L’appuntamento, organizzato dalla Cgil della Piana di Gioia Tauro, ha voluto essere un confronto tra religiosi e laici per una società inclusiva, tollerante, umana, oltre che un momento di riflessione sull’attuale condizione del mondo.

Hanno partecipato all’interessante dibattito: il musulmano, Imam Ahmed Berraou, il presidente del consiglio della chiesa valdese di Reggio Calabria, Attilio Scali, il buddista, Silvio Strano i consiglieri regionali Sebi Romeo e Giovanni Arruzzolo, il sindaco di Cinquefrondi, Michele Conia, il segretario generale della Cgil Piana, di Gioia Tauro, Nino Costatino, , il segretario generale della Cgil Calabria, Michele Gravano, il coordinatore della federazione studenti della Piana, Alex Tripodi ed il nostro Parroco don Pino De Masi, nella veste di referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro. L’evento si è concluso con l’intervento del segretario nazionale Cgil, Danilo Barbi  e con il concerto dei “Faber Quartet”.

Questo l’intervento del nostro Parroco:

“Utilizzare il nome di Dio per giustificare la strada della violenza e dell’odio è una bestemmia”.

“il Dio che noi crediamo di servire è un Dio di pace. Il suo Santo nome non deve essere mai usato per giustificare l’odio e la violenza

 Queste parole forti di papa Francesco, pronunciate all’indomani della carneficina di Parigi le prime e le seconde a Nairobi, continuano a risuonare con forza in queste ore in cui la strada perversa che “non risolve i problemi dell’umanità” sembra ormai l’unica che troppi hanno deciso di intraprendere. Per  fortuna da più parti si sono levate appelli pacati alla fermezza e al non arrendersi alla brutalità disumana, continuando in una vita quotidiana che non si lascia attanagliare dalla paura, che coltiva amicizie, fraternità, normalità di rapporti in quella che definiamo una convivenza civile e che è frutto maturato anche sulle macerie della seconda guerra mondiale. Altrimenti, cedere al terrore che vogliono incuterci, significherebbe affermare che “hanno già vinto loro”, i propagatori dell’odio e della violenza. Smettiamola in ogni caso di dire che sono terroristi in nome di Dio e che la loro religione ispira la violenza: questi non credono in nessun Dio, ma usano la religione per strumentalizzare i poveri e i disperati.

Eppure qualcosa suona tragicamente stonato in questo coro di dignitosa fermezza di fronte al male: è il fragore delle bombe che prima e dopo i drammatici fatti di Parigi cadono ogni giorno sulla popolazione in Siria, senza distinzione tra civili, combattenti, terroristi; è l’impercettibile sussurro che sui media occidentali riporta le vittime di attentati sanguinosi a Beirut; è l’impalpabile silenzio che avvolge le origini dei gruppi terroristici, le loro fonti passate e presenti di approvvigionamento di denaro e armamenti … Sì, se rispondiamo all’odio con l’odio, se pensiamo di sconfiggere la violenza con una violenza più forte, se riteniamo che la guerra sia la risposta giusta ad atti che hanno come scopo proprio quello di trascinarci in guerra, allora “hanno già vinto loro”.

Da anni, almeno dall’apocalisse dell’11 settembre, le più alte autorità delle diverse religioni, vanno ripetendo con forza – e nei momenti più tragici lo fanno con voce unanime, trovandosi anche fisicamente insieme ad arginare il dilagare della violenza – che non si può uccidere in nome di Dio, che chi si appella a Dio per giustificare il male assoluto che compie bestemmia il Dio che invoca. Lo stesso Papa Francesco ha affermato nell’omelia a Santa Marta il 19 novembre scorso che “il rifiuto della strada della pace fa sì che Dio stesso pianga.

 Eppure si fa strada con sempre maggior chiarezza una verità scomoda che nessuno grida: chi uccide così brutalmente degli esseri umani lo fa sì in nome di dio, ma di un dio che non è invocato in nessuna preghiera. Quel dio in nome del quale si combattono guerre spietate si chiama denaro. Un dio che “non puzza” si è soliti dire, ma che ormai emana fetore di cadaveri ogni giorno di più; è un dio che regola il commercio delle armi e il contrabbando del petrolio, inquina gli affari di troppe banche e corrompe troppe persone al potere, condiziona rapporti diplomatici e perverte prospettive di crescita e di sviluppo, sfrutta, consuma e uccide il pianeta e quanti vi abitano … Questo dio non è bestemmiato ma, al contrario, implicitamente esaltato, da chi semina morte, guerra, disperazione nel suo nome. Non vorrei che fosse in nome di questo stesso dio che ora si è pronti a superare perfino l’intangibile patto di stabilità europeo pur di reperire risorse che non si è stati capaci di trovare per combattere la lotta alla povertà, alla mancanza di educazione, alla carenza di strutture sanitarie vitali, alla negazione dei diritti umani. Arrendersi a questo dio e alla sua capacità di seduzione, rispondere al male con il male, alla morte sofferta con la morte inflitta significherebbe che “hanno già vinto loro”, le forze del male.

Don Nunzio Galantino, segretario generale  della CEI, ospitato a In mezz’ora di Lucia Annunziata il 15 novembre, ha commentato i fatti di Parigi: “Faccio una domanda: quale guerra è stata finita e conclusa grazie ad un’altra guerra?Questa  domanda dobbiamo farcela. Quale guerra ha risolto i problemi Questo Papa, ma non è stato l’unico, si è chiesto: “Chi ci guadagna con queste guerre? Poco dopo riferendosi al G20 in corso ad  Antalya, ha osservato: “Mi piacerebbero che quelli che stanno adesso al G20 si guardassero in faccia e si dicessero:”Chi di noi ha venduto le armi a questi qua?Chi le ha vendute?Chi ci ha guadagnato con queste armi ? Queste sono domande a cui si deve rispondere. Papa Francesco ha detto che l’unico modo per vincere la guerra è non farla.

È triste allora vedere come anche coloro  che hanno affermato la necessità di credere e di aver fiducia nell’umanità, difendendo “questo indicibile bisogno di credere”, oggi sembrano non esitare a invocare la guerra nell’ora della rabbia francese. Lo sappiamo bene: la guerra ha un potere seducente straordinario. Così chi ricorda i morti di una guerra del passato chiamandola inutile carneficina, oggi non esita a proclamare la necessità della guerra. Ma nella guerra, anche di risposta, quanti poveri abitanti di quei villaggi siriani e iracheni, che non sanno perché sono stati invasi dall’IS, troveranno la morte? Ognuno di loro ha il mio stesso diritto alla vita, alla felicità. Proclamare lo stato di emergenza e di guerra, significa anche puntare il dito contro le comunità musulmane e aiutare chi generalizza l’imputazione della violenza, facendo dell’islam il capro espiatorio: questo nutre ancor di più la follia del terrorismo. Al Centro di accoglienza “Il samaritano” ho incontrato in questi giorni tanti musulmani che quasi si vergognano, hanno paura per le parole che sentono e gli sguardi di diffidenza o di disprezzo che ricevono. Qualcuno chiede loro di dissociarsi, ma non li ascolta quando lo fanno, mentre nessuno pretende lo stesso dai tantissimi nostrani fomentatori di odio...

Ma allora, come uscire da questa spirale di violenza? Con l’arrendevolezza, la pusillanimità, la rassegnazione? No di certo, ma con la forza, la risolutezza, la tenacia di chi si oppone al male con il bene, di chi tesse ogni giorno la tela dell’umanità e della fraternità, nonostante la consapevolezza che forze più o meno oscure di barbarie sono all’opera per lacerare questo tessuto di civiltà. L’ora degli operatori di pace non conosce stagioni: sono chiamati a lavorare nei giorni e nei luoghi tranquilli così come nelle zone e nei tempi di guerra; per loro non c’è corsa alle armi perché non stanno mai fermi con le loro mani e i loro cuori disarmati. Ingenui buonisti? Così sono chiamati con malcelato disprezzo, così li chiamavano anche quanti oggi ammettono di aver mentito e si pentono degli errori commessi ai tempi della guerra in Iraq. Ma nella storia sono proprio gli operatori di pace a essersi rivelati portatori di speranza e realizzatori di utopie, a differenza di quanti si ritenevano realisti e spietati ed erano osannati per la loro carica di rabbia, per l’orgogliosa pretesa di spegnere un fuoco con un incendio ancora più grande. Ci vuole infatti molto più coraggio a lottare incessantemente per tutta una vita con la forza disarmata della ragione che a svuotare in un minuto il caricatore di un’arma automatica, a indossare un’unica volta un giubbotto esplosivo o a premere in un batter d’occhio il bottone di sganciamento di una bomba. E ci vuole più coraggio ad affermare con forza, coerenza e responsabilità le proprie convinzioni di pace e a tradurle in azioni concrete che a gettare irresponsabilmente benzina sul fuoco della frustrazione e della paura con parole che uccidono come pietre.

La risposta al terrorismo non è e non può essere implementare o esportare il terrore. Dobbiamo invece rinsaldare la nostra intima resistenza al male, lavorare per la verità e la giustizia, costruire la pace anche al cuore delle macerie di guerra. Ma per credere veramente nell’umanità, occorre ascoltare la ragione, impegnarsi nel dialogo con una parola scambiata, restare miti ricercatori della pace.

Dobbiamo oggi più che mai “restare umani”. E se non ora, quando?

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Il vero esilio per gli Ebrei, affermava don Tonino Bello, si ebbe quando essi cominciarono a sopportarlo. Una frase che resettata ad oggi suonerebbe: "L'esilio della coscienza civile di un Paese si ha quando i cittadini cominciano a sopportarlo”. Con un po’ di storia, intelligenza e umanità intendiamo provare, facendo fino in fondo la nostra parte, a dissipare quest’ombra, lasciando nuove tracce. Con in mano e nel cuore il Vangelo di Gesù Cristo e la Costituzione repubblicana del nostro Paese, come comunità cristiana intendiamo impegnarci a condurre una lotta non violenta accanto a chi, immigrato irregolare, indigente, precario, disoccupato, indifeso, muore di troppo lavoro, di poca sicurezza, di assenza di diritti, di mancanza di tutele sociali, di mafia.