Ampio successo della mostra “Sub Tutela Dei”

Ampio successo ha riscosso la mostra Sub Tutela dei, che per una settimana ha sostato nel nostro Duomo. Inaugurata il 07 gennaio alla presenza del Vescovo Alberti e con la presentazione da parte dello stesso autore Toni Mira del libro “Rosario Livatino il giudice giusto” si è conclusa il 13 gennaio, sempre alla presenza del nostro Vescovo,  con una Lectio Magistralis dell’ex Procuratore di Palmi, Ottavio Sferlazza, già sostituto della Procura di Caltanissetta ai tempi della tragica vicenda del giudice Livatino e magistrato che si occupò delle indagini sulla sua morte avvenuta per mano mafiosa il 21 settembre 1990 ad Agrigento.

La mostra e gli interventi dei vari relatori nell’incontro di apertura e di chiusura, ci hanno restituito, un personaggio che è un altissimo esempio di valore civile e che scuote le coscienze di tutti noi ben più di quanto farebbe un “santo da immaginetta”. Senza voler fare un torto agli altri relatori ci soffermiamo sulla testimonianza molto toccante del magistrato Ottavio Sferlazza.

Sferlazza ha voluto innanzitutto sottolineare il  modo di intendere, da parte di Livatino, la propria funzione di magistrato che opportunamente indicava con l’espressione “rendere giustizia” che, ad avviso di Sferlazza ,esprime qualcosa di più alto, di più profondamente interiore che il semplice “amministrare giustizia”, che nella sua accezione un po’ burocratica non è in grado di esprimere quell’intimo rapporto con Dio del magistrato credente o con il corpo sociale per il magistrato non credente. “È straordinario – ha affermato Sferlazza -che nel famoso frammento di Anassimandro, tramandatoci da Simplicio, contenente le prime parole a noi pervenute della filosofia occidentale, figura l’espressione “didònai diken” che si traduce come “rendere giustizia”, che non sta ad indicare qualcosa che appartenga all’ambito umano e meno ancora al piano dei rapporti giuridici tra gli uomini. “Rendere giustizia” esprimeva il rispristino dell’ordine cosmico turbato da una precedente “adikia” che degrada in “akosmia”, a disordine. Questo rendere giustizia era per Rosario Livatino anche “un atto di amore verso la persona giudicata” ed in questa prospettiva intrinsecamente ed autenticamente cristiana vorrei richiamare il pensiero del pastore luterano e martire della resistenza antinazista, Dietrich Bonhoffer, secondo cui il nostro rapporto con Dio è una nuova vita nell’esserci per altri” (“dasein für andere”), che illumina la vita del giusto il quale personifica quel cristianesimo non religioso di cui egli parlava. E questo esserci per l’altro non può non rinviare all’etica della libertà come responsabilità di Emmanuel Levinas per il quale il volto dell’altro ci rivolge un appello al quale non possiamo sottrarci, un appello che ci chiama a prenderci cura della sua esistenza.

Una seconda riflessione del dottor Sferlazza ha riguardato la capacità di Livatino di cogliere l’intima essenza del lavoro di magistrato e la stretta correlazione tra responsabilità, libertà ed autonomia: “il magistrato – ha affermato Sferlazza –  nel momento di decidere deve dismettere ogni vanità e soprattutto ogni superbia; deve avvertire tutto il peso del potere affidato alle sue mani, peso tanto più grande perché il potere è esercitato in libertà ed autonomia”. Questo rendere giustizia come atto di amore non significa “buonismo” e non ha impedito a Rosario di esercitare le sue funzioni con fermezza e determinazione nei confronti dei poteri criminali forti.”

Una riflessione conclusiva l’ha riservata il dottore Sferlazza alla sigla “Sub tutela dei” (S.T.D.).

” Confesso – ha affermato Sferlazza –  che quando mi sono imbattuto in quella sigla, mentre visionavo le agende di Rosario acquisite nel corso di una ispezione in punta di piedi del suo studio (non oso parlare di perquisizione perché mi sembrerebbe di profanare un tempio) ho pensato a qualcosa di esoterico ma anche ad una annotazione che, chissà, avrebbe potuto offrirmi uno spunto investigativo. In realtà Rosario con quella frase intendeva esprimere l’esigenza di porsi sotto lo sguardo di Dio, sotto la sua luce. Non dunque un ombrello protettivo per un lavoro difficile e rischioso ma un affidarsi, nel difficile compito di rendere giustizia, alla luce di Dio che rischiara la mente del giudicante per aiutarlo nell’ardua impresa di accertare la verità e rendere giustizia. Qui c’è tutta l’umiltà per le proprie debolezze, la consapevolezza della propria finitezza, dei propri limiti, quella “costruttiva contrizione” che deve ispirare l’attività del giudice “proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte”. La tutela di Dio non è dunque solo un affidarsi alla sua amorevole protezione ma alla fede nella sua immensa capacità e bontà – non essendo, direbbe Cartesio, un Dio Ingannatore – che, pertanto, mi dà la speranza certa di conseguire la verità. Ecco dunque il “piccolo giudice”, piccolo rispetto all’immane compito di giudicare e come dice Sciascia, “il dirlo piccolo mi è parso che ne misurasse la grandezza: per le cose tanto più forti di lui che aveva serenamente affrontato”.

Una narrazione, quella di Sferlazza, condensata anche nel potente quanto drammatico racconto della sintesi delle indagini che portarono alla individuazione di mandanti ed esecutori materiali del delitto grazie all’eroica deposizione del supertestimone Piero Nava, a distanza di anni, confermatosi pronto a ripetere la sua testimonianza – al carissimo prezzo di un cambio radicale di vita per sé e la sua famiglia – «per poter guardare negli occhi i miei figli».

Livatino uomo di fede, Livatino uomo “giusto” nel senso biblico del termine, come ha voluto sottolineare il Vescovo Alberti. Livatino guidato da un fortissimo senso della giustizia e della misericordia divine… Livatino professionista, magistrato competente, concentrato e abile. L’uomo di legge che guadagna sul campo rispetto e autorevolezza. L’uomo scomodo per le mafie e forza trainante nel contrasto alla malavita.

È questo il Livatino che la mostra e gli interventi ci hanno consegnato, il Livatino “martire” il cui sangue, come ha ricordato il nostro Vescovo, continua ad essere seme di nuovi cristiani.

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