Una celebrazione intensa prima della processione. Il Vangelo della donna cananea e la testimonianza di San Rocco hanno richiamato la comunità a non passare oltre davanti alle sofferenze del nostro tempo.
«Donna, grande è la tua fede!». Sono le parole con cui Gesù riconosce la fede della donna cananea, una straniera che non si arrende e continua a chiedere la guarigione per la propria figlia. È stata questa pagina del Vangelo della XX Domenica del Tempo Ordinario a guidare la celebrazione eucaristica in occasione della festa di San Rocco, prima della tradizionale processione per le strade della città.
Una scelta particolarmente significativa: una donna straniera che diventa, nel Vangelo, esempio di fede e una comunità che, proprio attraverso San Rocco, è stata invitata a guardare con occhi nuovi le persone che incontra lungo le proprie strade.
«San Rocco è il santo delle strade e delle ferite», è stato sottolineato nell’omelia. Un pellegrino che non passa oltre, che si ferma, che incontra, che si china sulle sofferenze degli altri.
Da qui un invito rivolto a tutta la comunità: «Non passare oltre».
Non passare oltre davanti a chi non ha lavoro, alle famiglie in difficoltà, agli anziani soli, ai giovani che hanno perso la speranza, ai poveri, ai migranti, alle ferite della nostra terra.
La festa di San Rocco è così diventata anche un’occasione per riprendere i temi della preparazione vissuta nei giorni precedenti: la pace, i giovani, la salvaguardia del creato e l’attenzione alle periferie della vita.
Particolarmente forte il richiamo ai giovani: «Non sono soltanto il futuro della Chiesa e della società: sono il presente». Una comunità che vuole davvero investire nel futuro deve quindi offrire ai giovani ascolto, educazione, cultura, lavoro e opportunità.
Un pensiero è stato rivolto anche ai migranti che vivono e lavorano nella Piana di Gioia Tauro, a quanti conoscono la fatica dei campi, lo sfruttamento e la precarietà.
«Non possiamo celebrare San Rocco, pellegrino, e dimenticare chi oggi è costretto a essere pellegrino. Non possiamo portare un santo per le strade e non vedere le persone che sulle nostre strade cercano dignità».
È questa una delle provocazioni più forti consegnate alla comunità.
La processione, allora, non può essere soltanto una tradizione religiosa. Può diventare, invece, «Vangelo che cammina», se il passaggio del santo attraverso le strade della città riesce a trasformare anche lo sguardo e il cuore di chi lo accompagna.
Per questo sono risuonate alcune domande: «Chi stiamo lasciando ai margini? Quale ferita della nostra città abbiamo smesso di vedere? Quale giovane abbiamo lasciato solo? Quale povero abbiamo evitato? Quale straniero abbiamo considerato soltanto uno straniero e non un fratello?»
Domande che rimangono come un appello alla conversione personale e comunitaria.
La santità di San Rocco, infatti, non viene proposta come una devozione lontana dalla vita, ma come una fede capace di farsi prossimità:
dalla chiesa alle strade,
dalla preghiera alla vita,
dalla devozione alla carità,
dall’indifferenza alla compassione,
dalla paura alla fraternità.
Al termine dell’omelia, una richiesta particolare a San Rocco: non soltanto di proteggere la comunità dalle malattie, ma di proteggerla da una malattia ancora più pericolosa, l’indifferenza.
«Possiamo essere sani nel corpo e malati nel cuore. Possiamo essere religiosi e non essere misericordiosi. Possiamo portare un santo in processione e non lasciarci convertire dalla sua testimonianza».
La festa di San Rocco consegna così alla comunità un messaggio semplice e radicale: nessuna persona è straniera davanti a Dio, nessuna sofferenza è estranea al cuore di un cristiano, nessuna ferita può lasciarci indifferenti.
E mentre San Rocco continua a camminare per le strade della città, resta l’invito a fare della nostra stessa vita una strada capace di incontrare, accogliere e prendersi cura.
San Rocco, pellegrino tra le nostre strade, cammina ancora con noi. E insegnaci a non passare oltre.







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