Le recenti dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio sulla criminalità minorile e sulla crisi del sistema penitenziario ripropongono una questione decisiva: vogliamo affrontare il disagio giovanile soprattutto aumentando il ricorso alla detenzione oppure siamo disposti a investire seriamente nella prevenzione, nel recupero e nella responsabilità delle comunità? La mia preoccupazione è che, ancora una volta, di fronte alla complessità dei problemi si finisca per privilegiare la risposta più immediata e visibile: più carcere, più custodia, più repressione. Una risposta che può apparire rassicurante nell’immediato, ma che non basta a costruire sicurezza duratura.
Al ministro Nordio vorrei dire con chiarezza che la fermezza dello Stato è necessaria, ma non può diventare un alibi per la debolezza delle politiche sociali e giovanili. Se un ragazzo commette un reato, deve risponderne. Ma lo Stato deve anche interrogarsi su come prevenire altri reati, impedire che quel ragazzo torni a delinquere e offrirgli strumenti concreti per costruire una vita diversa. La giustizia minorile non può essere ridotta a una versione anticipata della giustizia degli adulti. Un adolescente non è un adulto in miniatura: è una persona in formazione, chiamata a rispondere delle proprie azioni, ma ancora capace di cambiare profondamente. La sanzione deve essere proporzionata e accompagnata, quando possibile, da percorsi che favoriscano la responsabilizzazione e il reinserimento. Non si tratta di scegliere tra legalità e recupero.
Si tratta di capire se vogliamo una legalità capace di trasformare le persone oppure una risposta che si accontenti di allontanarle temporaneamente dalla società. Proprio ieri, 22 ottobre, Papa Leone XIV, incontrando i partecipanti al Congresso internazionale sulla pastorale scolastica e universitaria, ha richiamato l’attenzione sulle fragilità delle nuove generazioni. «Sotto la corazza, che tanti adolescenti si costruiscono per non soffrire, si cela il desiderio di amare ed essere amati», ha affermato il Pontefice. È un’immagine che dovrebbe interrogare tutti gli adulti, a cominciare da chi assume responsabilità istituzionali. Dietro alcuni comportamenti aggressivi, provocatori o apparentemente indifferenti possono esserci solitudine, relazioni familiari difficili, paura di non essere all’altezza e mancanza di prospettive. Naturalmente, comprendere le fragilità non significa giustificare la violenza, né ogni disagio conduce necessariamente alla devianza. Le vittime devono essere tutelate e chi commette un reato deve assumersene la responsabilità. Ma ignorare il contesto nel quale crescono i ragazzi significa rinunciare a una parte essenziale della prevenzione. Il richiamo del Papa alla fiducia e all’accompagnamento ci ricorda che nessun giovane dovrebbe essere definito una volta per tutte sulla base dell’errore commesso.
La responsabilità degli adulti è anche quella di riconoscere i segnali di disagio, intervenire tempestivamente e impedire che la solitudine diventi terreno fertile per la violenza o per il reclutamento criminale. Il ministro della Giustizia ha il dovere di garantire la sicurezza e l’effettività della pena. Ma la sicurezza non si misura soltanto attraverso le misure restrittive adottate: si misura anche attraverso i reati prevenuti, i ragazzi recuperati, le famiglie sostenute e le opportunità offerte nei territori più fragili. La crisi del sistema penitenziario è reale e richiede risposte. Tuttavia, affrontarla soprattutto aumentando i posti detentivi o ipotizzando il trasferimento dei minori negli istituti per adulti rischia di compromettere la specificità della giustizia minorile. Il carcere può essere necessario in determinate circostanze, ma non può diventare la risposta ordinaria a ogni manifestazione di disagio giovanile.
La detenzione, da sola, non garantisce consapevolezza, cambiamento o reinserimento. Perché una misura giudiziaria produca risultati duraturi occorrono competenze professionali, progetti individualizzati e continuità nell’accompagnamento, anche dopo la conclusione della pena. Lo Stato deve essere autorevole, non semplicemente severo. L’autorevolezza si misura nella capacità di far rispettare le regole, proteggere le vittime, garantire i diritti e offrire alternative credibili a chi rischia di essere risucchiato nei circuiti della violenza e della criminalità. La repressione interviene quando il reato è stato commesso. Una politica lungimirante lavora anche perché quel reato non avvenga e perché non si ripeta. Nella Piana conosciamo le ferite della disoccupazione, della povertà educativa, della fragilità dei servizi e della presenza delle mafie.
Sappiamo come la criminalità organizzata possa sfruttare il bisogno e l’assenza di prospettive, offrendo ai giovani un’identità distorta e l’illusione di un potere che finisce per trasformarsi in schiavitù. Ma conosciamo anche un’altra Calabria: quella delle scuole, delle associazioni, delle cooperative sociali, delle parrocchie, degli amministratori onesti e dei cittadini che costruiscono ogni giorno alternative concrete. Le esperienze maturate nel nostro territorio dimostrano che i giovani possono diventare protagonisti del bene comune quando incontrano opportunità reali, adulti credibili e contesti capaci di affidare loro responsabilità. Il dibattito aperto dalle dichiarazioni di Nordio non dovrebbe ridursi alla contrapposizione tra chi chiede più carcere e chi difende i percorsi di recupero.
Sicurezza e inclusione non sono alternative: una comunità è più sicura quando sa prevenire la violenza, tutelare le vittime e offrire possibilità concrete di cambiamento. Alla politica chiediamo di uscire dalla logica dell’emergenza e di assumere impegni verificabili: risorse continuative per i servizi territoriali, sostegno alle famiglie, contrasto alla dispersione scolastica, spazi di aggregazione accessibili e programmi efficaci per il reinserimento dei minori sottoposti a misure giudiziarie. Al ministro Nordio e all’intera classe politica chiediamo di ascoltare chi lavora quotidianamente nei territori. Le decisioni sulla giustizia minorile non possono essere valutate soltanto sulla base della loro severità dichiarata, ma anche per la capacità di ridurre la recidiva, proteggere la collettività e restituire prospettive ai giovani coinvolti. Non chiediamo uno Stato meno rigoroso. Chiediamo uno Stato più lungimirante, capace di affiancare alla giusta risposta ai reati un investimento concreto nella prevenzione e nel futuro delle nuove generazioni. La vera sconfitta dello Stato non è soltanto quando un ragazzo commette un reato.
È anche quando, prima di quel reato, nessuno è riuscito a offrirgli una possibilità e quando, dopo aver sbagliato, gli viene negata ogni possibilità di cambiare. Da Sacerdote e da referente di Libera nella Piana di Gioia Tauro, continuo a credere che la legalità si costruisca attraverso la giustizia, il lavoro, la cultura, la partecipazione e la dignità delle persone. È un impegno che richiede responsabilità condivise e scelte politiche capaci di guardare oltre il consenso immediato. Punire può essere necessario, ma educare è indispensabile. E uno Stato che sa soltanto punire rischia di arrivare sempre troppo tardi.
don Pino Demasi
Parroco in Polistena
Referente di Libera – Coordinamento della Piana di Gioia Tauro





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