Gen 17, 2014

In merito al trasbordo delle armi chimiche al Porto di Gioia Tauro

Non possiamo non guardare con favore alla più grande operazione di disarmo degli ultimi anni, probabilmente dalla fine della Guerra  fredda.

Un’operazione, quella del disarmo chimico della Siria, che ha messo d’accordo Russia e Stai Uniti, Assad e le Nazioni Unite, le potenze Sciite e quelle Sunnite.

 

Un’operazione  che  va  nella direzione della costruzione  della Pace, da noi sempre auspicata. Ed è positivo che l’Italia non si sia tirata indietro e che abbia scelto di schierarsi concretamente dalla parte di chi, sempre più,  intende fare del Mediterraneo un mare di Pace.

Registriamo anche  con favore il fatto che Gioia Tauro sia stato visto come un porto di eccellenza con tutti i requisiti per ospitare l’operazione  di trasbordo. Anche se non possiamo non esprimere il nostro rammarico per tutte quelle volte che il Porto di Gioia Tauro non viene tenuto in considerazione, specie quando si  tratta di programmare  il suo potenziamento e lo sviluppo dell’indotto.

In merito all’operazione  ed  alla scelta di Gioia Tauro non possiamo, però, non criticare il metodo.

Denunciamo con forza  la mancanza di una  consultazione seria e pacata con i sindaci e le istituzioni del territorio allo scopo di verificare non solo la fattibilità del Porto, su cui non abbiamo dubbi, ma anche la fattibilità, in caso di malaugurate situazioni di criticità, delle strutture sanitarie del territorio, sulle quali invece nutriamo seri dubbi.

A questo punto auspichiamo che il governo centrale corra ai ripari soprattutto mettendo in atto una completa e continua informazione sulle misure di sicurezza e su tutte le fasi dell’operazione, per evitare che un’operazione di pace di portata storica, che visto uniti i Grandi della Terra, si trasformi in occasione di conflittualità tra cittadini ed istituzioni.

 

Polistena 17 gennaio 2014

 

Don Pino Demasi
Referente territoriale

Coordinamento Piana di Gioia Tauro
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Tel.: +39 338 9687541

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Il vero esilio per gli Ebrei, affermava don Tonino Bello, si ebbe quando essi cominciarono a sopportarlo. Una frase che resettata ad oggi suonerebbe: "L'esilio della coscienza civile di un Paese si ha quando i cittadini cominciano a sopportarlo”. Con un po’ di storia, intelligenza e umanità intendiamo provare, facendo fino in fondo la nostra parte, a dissipare quest’ombra, lasciando nuove tracce. Con in mano e nel cuore il Vangelo di Gesù Cristo e la Costituzione repubblicana del nostro Paese, come comunità cristiana intendiamo impegnarci a condurre una lotta non violenta accanto a chi, immigrato irregolare, indigente, precario, disoccupato, indifeso, muore di troppo lavoro, di poca sicurezza, di assenza di diritti, di mancanza di tutele sociali, di mafia.