Ott 24, 2017

La testimonianza di P. Alejandro Solalinde, il prete che i narcos vogliono morto

Profondo assertore della “Chiesa in uscita” di Papa Francesco, non è un sognatore di maniera. Appartiene all’esigua schiera dei profeti del nostro tempo.  Dopo un primo momento della sua vita sacerdotale, vissuta , se vogliamo, in modo abbastanza comodo tra lo  studio della teologia e della psicologia,  la  scelta di un  modo diverso di intendere, vivere e sperimentare il sacerdozio, da “missionario e itinerante”.

 

Pastore dei migranti centroamericani, padre Alejandro Solalinde ha portato la sua testimonianza nella nostra comunità in un incontro che ha visto la nostra Chiesa parrocchiale gremita di persone.

Un incontro arricchito dalla presenza e dalla testimonianza del Dott. Ottavio Sferlazza, Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Palmi e del nuovo comandante provinciale dei carabinieri colonnello Giuseppe Battaglia.

Ambedue, grandi conoscitori della realtà messicana, hanno confermato quella che, più che una denuncia, potremmo chiamare un vero e proprio rapporto di guerra di questo  prete sudamericano che combatte instancabilmente contro i trafficanti di uomini in Messico e che ha aperto le porte del suo cuore e di casa senza esitazione a quanti cercano rifugio, un pezzo di pane, una parola di conforto.

«Plata o plomo»: soldi o una pallottola. Ogni anno in Messico transitano mezzo milioni di indocumentados. Lungo il percorso incappano nella ferocia dei narcos, che si arricchiscono provocando rapimenti, traffici di organi, schiavismo e prostituzione. I rapimenti dei 20mila migranti ogni anno si intrecciano con la vicenda personale di padre Alejandro, che non si tira mai indietro nel denunciare l’ingiustizia e schierarsi in nome di quel Dio posizionato, non da oggi, dalla parte degli ultimi.

  1. Solalinde si schiera contro chi commercializza la vita umana, chi lucra su coloro che fuggono dalla fame e dalla violenza in cerca di un futuro migliore, provocando un genocidio silenzioso e una inumana strategia estorsiva, messa a punto dai cartelli della droga.

La sua è veramente una battaglia coraggiosa per difendere le vittime invisibili della narcoguerra. Esempio fulgido e testimonianza viva di un amore incarnato nel Vangelo più forte della paura, delle minacce subite, degli arresti e i tentati omicidi.

Quale il messaggio forte che è scaturito da questo incontro?

«È importante – ha detto P. Alejandro -vivere la fede in questo momento di disumanizzazione: il Nord ha depredato e approfittato del Sud del mondo. Ed è in atto una distruzione irreversibile e non c’è tessuto sociale che si possa ricostruire… Chiusi a doppia mandata nelle nostre isole blindate, viviamo paralizzati dal terrore. O, ancora, ci illudiamo di vivere. Non è però troppo tardi. Possiamo e dobbiamo avere il coraggio di rischiare un po’ del nostro benessere – e perché no, anche la nostra vita - per restare umani. Non più noi o voi, ma noi e voi, io e l’altro. Insieme. O ci salviamo tutti o tutti verremo travolti. È una scommessa forte. Ma ne sono sempre più convinto: ne vale la pena».


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Il vero esilio per gli Ebrei, affermava don Tonino Bello, si ebbe quando essi cominciarono a sopportarlo. Una frase che resettata ad oggi suonerebbe: "L'esilio della coscienza civile di un Paese si ha quando i cittadini cominciano a sopportarlo”. Con un po’ di storia, intelligenza e umanità intendiamo provare, facendo fino in fondo la nostra parte, a dissipare quest’ombra, lasciando nuove tracce. Con in mano e nel cuore il Vangelo di Gesù Cristo e la Costituzione repubblicana del nostro Paese, come comunità cristiana intendiamo impegnarci a condurre una lotta non violenta accanto a chi, immigrato irregolare, indigente, precario, disoccupato, indifeso, muore di troppo lavoro, di poca sicurezza, di assenza di diritti, di mancanza di tutele sociali, di mafia.