Gen 1, 2015

Marcia della Pace: un grido corale di indignazione e di impegno per la pace e per il cambiamento del nostro territorio

Ancora una volta, per la ventisettesima volta, da Polistena, segnali di pace e di accoglienza, dicendo no ad ogni forma di schiavitù, per riconoscere, anche nella Piana, la dignità di ogni persona umana, per costruire un cammino di liberazione e inclusione per tutti. Una marcia, quella di Polistena, non di rassegnazione, ma di indignazione e di impegno per la pace, per il bene comune e per il cambiamento.

Nonostante il freddo, ieri sera, per le vie principali della città rischiarate dalla luce di tante candele accese, si è svolta la tradizionale marcia della pace di Capodanno, organizzata dall'associazione "Il Samaritano" in occasione della celebrazione della Giornata Mondiale della Pace. In un Duomo gremito, il primo momento, con la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo della Diocesi di Oppido-Palmi, Mons. Francesco Milito. Nel suo messaggio di apertura, don Pino Demasi, ricordando il messaggio di Papa Francesco "Non più schiavi ma fratelli", ha ammonito tutti che "non si può essere marciatori per una sera, in quanto ognuno deve impegnarsi a realizzare il programma non violento di pace e fratellanza".

Per don Pino è indispensabile "un disarmo culturale" per lasciare alle spalle indifferenza e rassegnazione. "Proseguiamo  la  lotta non violenta -ha aggiunto don Demasi- accanto all'esercito dei nuovi schiavi, accanto a chi, immigrato irregolare, indigente, precario, disoccupato, indifeso, muore di troppo lavoro, di poca sicurezza, di assenza di diritti, di mancanza di tutele sociali e di mafia. Facciamo dei nostri luoghi di incontro delle vere scuole di fraternità e di accoglienza di tutti, per vincere la cultura dell'indifferenza e dello scarto. Costruiamo città più ricche di umanità, ospitali, ed accoglienti". Nel corso dell'omelia, il vescovo Milito, nell'affermare che "non ci può essere pace, se non c'è convivenza", ha chiesto "lavoro e diritti" per la Piana, scagliandosi, in nome del rispetto dei diritti di tutte le persone, contro ogni forma di schiavitù. Al termine della celebrazione eucaristica, dalla scalinata del Duomo, ha avuto inizio la Marcia della Pace, aperta da un folto gruppo di migranti, provenienti dalla tendopoli di San Ferdinando, con in mano un significativo cartello "Non più schiavi ma fratelli", sventolando i colori dell'arcobaleno della pace. In marcia, i giovani dell'associazione "Il Samaritano", delle parrocchie, dell'Agesci, dell'Azione Cattolica, della cooperativa Valle del Marro e del presidio di Libera. In marcia anche la coordinatrice regionale di "Avviso Pubblico", Maria Antonietta Sacco(assessore di Carlopoli), il sindaco Michele Tripodi e la giunta municipale, i primi cittadini di Rosarno(Elisabetta Tripodi), di Scido(Giuseppe Zampogna) e di Cinquefrondi(Marco Cascarano). In marcia tante famiglie. In marcia autorità civili e militari, sindacalisti, rappresentati delle associazioni, dei movimenti, dei partiti, della scuola.

La Marcia si è conclusa in piazza della Repubblica, con una serie di testimonianze. Il 21enne egiziano Mhommoud Attia, ha raccontato la sua odissea vissuta un anno fa su una carretta del mare giunta a Roccella Jonica, luogo in cui, il ragazzo ora si è integrato benissimo, tanto da essere tra i volontari della Protezione Civile. Don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, concludendo l'evento, da operatore di pace, ha affermato: "Vengo in questa terra, per ascoltare le tante persone che in Calabria stanno dando grossi segnali di pace, di accoglienza, di legalità, di condivisione. Una marcia questa di Polistena -ha aggiunto- non di rassegnazione ma di indignazione, per dire, tutti insieme, m'importa che la schiavitù c'è ancora e voglio impegnarmi, in quanto anche l'indifferenza rende schiavi, così come il gioco d'azzardo e la 'ndrangheta".

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Il vero esilio per gli Ebrei, affermava don Tonino Bello, si ebbe quando essi cominciarono a sopportarlo. Una frase che resettata ad oggi suonerebbe: "L'esilio della coscienza civile di un Paese si ha quando i cittadini cominciano a sopportarlo”. Con un po’ di storia, intelligenza e umanità intendiamo provare, facendo fino in fondo la nostra parte, a dissipare quest’ombra, lasciando nuove tracce. Con in mano e nel cuore il Vangelo di Gesù Cristo e la Costituzione repubblicana del nostro Paese, come comunità cristiana intendiamo impegnarci a condurre una lotta non violenta accanto a chi, immigrato irregolare, indigente, precario, disoccupato, indifeso, muore di troppo lavoro, di poca sicurezza, di assenza di diritti, di mancanza di tutele sociali, di mafia.